Delfini
Diario di Bordo Week-End del 09 e 10 Aprile 2011
Sabato
Dopo il lungo inverno finalmente riprendiamo il mare barca nuova equipaggio nuovo stessa voglia di avventura.
Ritrovo come sempre il Venerdì sera galoppata sull’autostrada e finalmente..il porto e la barca: One Eye è un bel Elan 434 con 4 comode cabine.
Per gli amici alla prima esprienza velica è tutto una meravigliosa scoperta, la barca con il suo strano linguaggio i suoi termini incomprensibili e il suo innato fascino.
Mi lascio coinvolgere da tutta questo interesse e fascino della scoperta e rinnovo la mia meraviglia e il mio stupore; tutto questo accresce il mio desiderio di partire di confrontarsi di nuovo con il mare con il vento e le onde in un dialogo infinito che si rinnova ogni volta.
Dopo una notte tranquilla giunge l’alba, un alba livida e nebbiosa che smentisce le previsioni meteo; non c’è vento il cielo grigio e la nebbia ci accolgono appena svegli.
Prepariamo la barca e salpiamo non appena la foschia inizia a diradarsi. Il mare è “un olio” non ci sono increspature tutto è una liscia e lucente superficie blu sulla quale la barca lascia la sua scia.
Issiamo la randa e procediamo a motore placidamente per alcune ore. Il mare e il vento sembrano essere oggi avari di emozioni ma non è così, ancora una volta il mare saprà stupirci.
Inaspettatamente poco lontano dal mascone di dritta compare la prima pinna “delfini!” viriamo per raggiungerla e le pinne diventano due poi sempre di più.
Ci raggiunge presto Vega l’altra barca con la quale iniziamo un carosello di cerchi e virate accompagnati dai salti dei deflini che dividono le loro attenzioni fa i due equipaggi.
Il gioco va avanti per più di un ora poi le nostre strade si dividono, i delfini riprendono il mare noi invece la via del porto.
Concludiamo laserata con una splendida cena e la voglia di raccontare i dettagli del meraviglioso incontro agli amici che arriveranno domani..
Alex
Domenica
Le nebbie risalgono la valle fino al Passo del Turchino e di fronte a Genova le portacontainer sembrano galleggiare su un mare di nebbia.
Arrivati alla marina, osserviamo i podisti che fanno jogging con il K-way, mentre qualcuno di noi guarda se stesso, vestito come mago Merlino al ritorno da Honolulu.
Ma alle 10 la foschia si dirada, il tempo saluta le atmosfere in stile Coleridge e volge al sole pieno.
Finalmente si sale su One Eye; buttiamo fuori dalle cuccette gli amici che si riposano dalle fatiche del sabato, fatiche di mare e di cucina.
Partiamo: l’acqua è un campo da arare che aspetta il nostro solco. Allontanarsi dal molo, col motore a bassi giri, è quasi come lasciare un mondo, il mondo degli uomini, per entrare in una realtà nuova, dove sei ospite, e devi essere ospite riguardoso, silenzioso, attento.
Che sei in una patria straniera te lo rivela il linguaggio: le parole che usi sulla terraferma, in mare non esistono più o perdono il loro significato terrestre; sulle barche, sulla barca a vela, si parla un’altra lingua, da iniziati, che sa di vento e salmastro, di ordini e avventura (l’avventura, per noi neofiti, è contenuta, per fortuna, in un ambito di mare placido e sole estivo e guidata con mani sapienti da Alex).
Una bava di vento – 8 nodi – è quanto basta per provare la gioia della randa che si solleva e del fiocco che si gonfia.
Alex spegne il motore: il brusio cede al silenzio. Anche noi tacciamo. Oggi il mare è una tata paziente, e la barca la nostra culla: ecco, così, questo preciso momento spiega il concetto di pace.
Poi l’attimo di assoluto svanisce e il tempo riparte.
Ci alterniamo al timone; sotto l’attenta supervisione dello skipper tutti proviamo a catturare il vento, un occhio al mare e uno al filetto che danza dietro al fiocco e che, in verità, non dovrebbe tanto danzare, ma starsene lì tranquillo e orizzontale.
Eccoci grandi timonieri, piccoli timonieri. Poi il vento saluta e se ne va. Torna il cicaleccio del motore; nel pozzetto di poppa si dà fondo alle scorte alimentari, decisamente non uno spuntino contro il mal di mare.
Un uccellino (una rondine?) si posa sull’albero e ci accompagna per qualche tratto alla ricerca dei delfini avvistati sabato che, però, oggi santificano la domenica.
E’ l’ora di rientrare, con le facce cotte dal sole, il cuore che si sente un po’ marinaio e l’autostrada che ci aspetta, l’autostrada dove l’uomo torna a essere uomo comune correndo verso il lunedì.
P.S.: mentre scrivo, oggi 25 aprile, qui in riva al mar Ligure è giorno di vento e di vele spiegate, quasi un invito…
Stefano



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