Pubblicato da: mondidelsilenzio | maggio 6, 2011

Delfini

Delfini

Diario di Bordo Week-End del 09 e 10 Aprile 2011

Sabato

Dopo il lungo inverno finalmente riprendiamo il mare barca nuova equipaggio nuovo stessa voglia di avventura.
Ritrovo come sempre il Venerdì sera galoppata sull’autostrada e finalmente..il porto e la barca: One Eye è un bel Elan 434 con 4 comode cabine.

Per gli amici alla prima esprienza velica è tutto una meravigliosa scoperta, la barca con il suo strano linguaggio i suoi termini incomprensibili e il suo innato fascino.
Mi lascio coinvolgere da tutta questo interesse e fascino della scoperta e rinnovo la mia meraviglia e il mio stupore; tutto questo accresce il mio desiderio di partire di confrontarsi di nuovo con il mare con il vento e le onde in un dialogo infinito che si rinnova ogni volta.

Dopo una notte tranquilla giunge l’alba, un alba livida e nebbiosa che smentisce le previsioni meteo; non c’è vento il cielo grigio e la nebbia ci accolgono appena svegli.
Prepariamo la barca e salpiamo non appena la foschia inizia a diradarsi.  Il mare è “un olio” non ci sono increspature tutto è una liscia e lucente superficie blu sulla quale la barca lascia la sua scia.

Issiamo la randa e procediamo a motore placidamente per alcune ore.  Il mare e il vento sembrano essere oggi avari di emozioni ma non è così, ancora una volta il mare saprà stupirci.
Inaspettatamente poco lontano dal mascone di dritta compare la prima pinna “delfini!” viriamo per raggiungerla e le pinne diventano due poi sempre di più.

Ci raggiunge presto Vega l’altra barca con la quale iniziamo un carosello di cerchi e virate accompagnati dai salti dei deflini che dividono le loro attenzioni fa i due equipaggi.
Il gioco va avanti per più di un ora poi le nostre strade si dividono, i delfini riprendono il mare noi invece la via del porto.
Concludiamo laserata con una splendida cena e la voglia di raccontare i dettagli del meraviglioso incontro agli amici che arriveranno domani..
Alex

Domenica

Le nebbie risalgono la valle fino al Passo del Turchino e di fronte a Genova le portacontainer sembrano galleggiare su un mare di nebbia.

Arrivati alla marina, osserviamo i podisti che fanno jogging con il K-way, mentre qualcuno di noi guarda se stesso, vestito come mago Merlino al ritorno da Honolulu.

Ma alle 10 la foschia si dirada, il tempo saluta le atmosfere in stile Coleridge e volge al sole pieno.
Finalmente si sale su One Eye; buttiamo fuori dalle cuccette gli amici che si riposano dalle fatiche del sabato, fatiche di mare e di cucina.
Partiamo: l’acqua è un campo da arare che aspetta il nostro solco. Allontanarsi dal molo, col motore a bassi giri, è quasi come lasciare un mondo, il mondo degli uomini, per entrare in una realtà nuova, dove sei ospite, e devi essere ospite riguardoso, silenzioso, attento.

Che sei in una patria straniera te lo rivela il linguaggio: le parole che usi sulla terraferma, in mare non esistono più o perdono il loro significato terrestre; sulle barche, sulla barca a vela, si parla un’altra lingua, da iniziati, che sa di vento e salmastro, di ordini e avventura (l’avventura, per noi neofiti, è contenuta, per fortuna, in un ambito di mare placido e sole estivo e guidata con mani sapienti da Alex).
Una bava di vento – 8 nodi – è quanto basta per provare la gioia della randa che si solleva e del fiocco che si gonfia.

Alex spegne il motore: il brusio cede al silenzio. Anche noi tacciamo. Oggi il mare è una tata paziente, e la barca la nostra culla: ecco, così, questo preciso momento spiega il concetto di pace.

Poi l’attimo di assoluto svanisce e il tempo riparte.
Ci alterniamo al timone; sotto l’attenta supervisione dello skipper tutti proviamo a catturare il vento, un occhio al mare e uno al filetto che danza dietro al fiocco e che, in verità, non dovrebbe tanto danzare, ma starsene lì tranquillo e orizzontale.

Eccoci grandi timonieri, piccoli timonieri. Poi il vento saluta e se ne va. Torna il cicaleccio del motore; nel pozzetto di poppa si dà fondo alle scorte alimentari, decisamente non uno spuntino contro il mal di mare.
Un uccellino (una rondine?) si posa sull’albero e ci accompagna per qualche tratto alla ricerca dei delfini avvistati sabato che, però, oggi santificano la domenica.
E’ l’ora di rientrare, con le facce cotte dal sole, il cuore che si sente un po’ marinaio e l’autostrada che ci aspetta, l’autostrada dove l’uomo torna a essere uomo comune correndo verso il lunedì.
P.S.: mentre scrivo, oggi 25 aprile, qui in riva al mar Ligure è giorno di vento e di vele spiegate, quasi un invito…
Stefano

Pubblicato da: mondidelsilenzio | giugno 15, 2010

Vele d’altri tempi (seconda puntata)

Vele d’altri tempi

Seconda puntata dell’avventura velica vissuta dal nostro amico Salvatore a bordo del Vecchietto.

Partiti dal porto di Riva di Traiano, dopo una navigazione difficile per il forte vento, i nostri amici decidono di riparare a Cala Maestra e di trascorrere li la notte…

Cinque amici in barca:

AVVENTURA SETTEMBRINA (2° parte)

Durante la notte il vento s’era calmato e ci aveva lasciati dormire.

Ad onor del vero, Gigi aveva visto giusto, con l’aiuto del portolano, quando ci aveva consigliato di riparare a Cala Maestra che, col vento della sera prima, aveva offerto un riparo eccellente.

Le due ancore di prua avevano tenuto perfettamente e la barca non si era mossa di un millimetro.

C’era stata una leggera discussione sul fatto di filare una cima a terra per assicurarci ad un albero ma, quando si è trattato di decidere chi fosse dovuto scendere a terra, di notte, col vento che portava via ecc.. si era convenuto di usare le due ancore a prua.
Ragazziii! – Grida lo skipper che come al solito (per fortuna), è in piedi  per primo – Sveglia per la miseria!! Qui si va a fondo!

Marasma generale di gente che si butta a destra ed a manca, bofonchiamenti, grugniti ed imprecazioni  sommesse e non.. – Gigi,  metti in moto ed aziona la pompa di sentina!


Paolo, guarda dentro i gavoni: da qualche parte ci dev’essere la pompa a mano!

Andrea e Luca, uscite e cominciate a gonfiare il gommone! Veloci come fulmini! – Urla lo Skipper tra lo sciaguattare di piedi nell’acqua ormai alle caviglie.

Ognuno si precipita ad eseguire gli ordini ricevuti.

Nessuno osa fiatare, protestare o commentare. Per questo ci sarà tempo dopo…

Lo Skipper nel frattempo ha iniziato a cercare la presunta falla:  la temibile “via d’acqua”, terrore delle marinerie di tutte le epoche e di tutte le nazioni del globo.

Avendo escluso una falla strutturale, dal momento che lo scafo non ha subito colpi, strisciamenti o altro, lo Skipper opta per un’infiltrazione dalle prese a mare, dalla losca del timone oppure dall’astuccio dell’elica e comincia a verificare in tal senso.

Gigi, esci di qui e dai una mano agli altri di sopra. oppure guarda in giro che mi sembra ci sia un’altra pompa a mano, così aiuti Paolo ad aggottare.

Dopo aver verificato la chiusura di tutte le prese a mare nel piccolo bagno e sotto il lavello della cucina, lo Skipper si fa aiutare da Gigi a spostare la scaletta di accesso al pozzetto.

Sotto la scaletta, infatti,  c’è il vano motore che ospita il 20CV e l’astuccio dell’elica. Lo spazio è abbastanza ristretto, per cui: Gigi, infilati la dietro e vedi se è di là che filtra acqua..tieni, prendi questa pila.

Gigi esegue senza battere ciglio e immediatamente:- Si accidenti, è proprio di qui che entra..eccome!

Bene, mentre penso a cosa fare, esci da lì e continua ad aggottare.

In effetti, l’infiltrazione, come si poté appurare in seguito, era stata causata dalla rottura della treccia premistoppa all’interno dell’asse portaelica. Durante la navigazione o con l’elica in movimento, non si notavano infiltrazioni,a causa dell’effetto di risucchio indotto dalla velocità della barca.. ma queste si presentavano, invece, quando la barca era all’ormeggio.

La riparazione, con la barca in mare, non era naturalmente possibile. Bisognava quindi pensare a qualcosa di provvisorio.

– Allora, figlioli – bercia lo Skipper – facciamo così: si prepara una sorta di camera d’aria con della tela impermeabile e la si calza a cavallo dell’asse e del suo astuccio.

Naturalmente l’operazione deve essere ripetuta tutte le volte che siamo all’ormeggio, altrimenti non riusciamo a manovrare a motore.

Quando arriviamo a La Spezia tiriamo in secco la bagnarola e facciamo il lavoro come si deve, d’accordo?

Ovviamente sono tutti d’accordo e comincia la caccia alle pezzuole di tela e relativi elastici per fissare il tutto.

L’operazione riesce alla perfezione e dopo un paio d’ore la barca, completamente svuotata e con il suo bel rattoppo, è pronta a riprendere il mare.

Lo Skipper verifica la direzione del vento e rivolgendosi alla “ciurma”: Adesso vi voglio lesti e tempestivi.

Non possiamo usare il motore per manovrare, altrimenti parte lo stoppaccio e siamo di nuovo in brache di tela.

Bisognerà quindi uscire di qui a vela.

Bello, bellissimo! Proprio come una volta. – Strepita  Andrea, entusiasta come sempre per tutto ciò che concerne la vecchia marineria in generale e la vela in particolare.

Ora si fa il punto della situazione e si decide la manovra, ok?

Prosegue lo Skipper fingendo d’ignorare l’entusiasmo di Andrea ed allargando la carta nautica.  Abbiamo un bel maestrale teso, direi 15-20 nodi, per cui scapoliamo il promontorio trainati dal gommone, condotto da Gigi.

Gli altri sistemano le vele.

Quando siamo ben fuori dalla cala e le vele cominciano a prendere, andiamo per, direi 252 gradi per una ventina di miglia con vento di bolina abbastanza larga e mura a dritta.

Nel frattempo Gigi sarà risalito a bordo e provvederà , aiutato da Paolo, a recuperare il fuoribordo del gommone e ad issare a bordo il tutto.  Intanto Andrea ci farà vedere quanto è bravo col carteggiotracciandoci una rotta per Follonica.

Dopo le nostre 20 miglia circa, si stramba e si segue la rotta che il buon Andrea ci avrà preparato.

Arrivati ad una  ventina di miglia da Follonica viriamo a babordo per Elba Porto Azzurro.

Si contatta la capitaneria, gli raccontiamo del problemino e magari  mandano qualcuno a rimorchiarci..  tutto chiaro? Domande?

Naturalmente non vi sono domande.

Andrea è già al lavoro sottocoperta, alle prese con compasso e squadrette; gli altri quattro  sono ai posti di manovra designati: Gigi è già sul gommone che era rimasto in acqua e si appresta a rimorchiare la barca, Luca al winch di babordo, Marco (lo skipper) ha ceduto il timone a Paolo e si occupa del winch di dritta.
A differenza del giorno precedente, le condizioni del vento e del mare sono stupende: un bel maestrale teso sui 17 nodi (Andrea aveva verificato l’anemometro ed aveva confermato la velocità del vento), mare lungo in caduta ed un bel sole settembrino completano il quadro.

La barca, con fiocco pesante e randa, fila 8-9 nodi e dimostra le sue doti boliniere esibendo una sbandata sulla sinistra abbastanza contenuta.

La distanza che ci separa  dalla strambata, viene coperta in 3 ore (lo skipper aveva preferito allungarsi un po’ di più per non passare troppo vicino alle secche di Punta Ala).

Il gommone ed il motore sono stati issati a bordo ed affrancati.

Il barometro e la temperatura continuano ad essere stabili mentre l’aria si mantiene sul secco.

Ciò significa il perdurare del bel tempo.

Andrea ha fornito la rotta per Follonica e dopo una strambata da manuale, l’imbarcazione, mura a babordo, vento sempre di bolina ma sul bordo opposto e genoa al posto del fiocco pesante, fila ora  circa 10  nodi come se niente fosse.

Alla via così!! – Grida Andrea dal pulpito di prua, manco fosse una polena..

La nuova rotta, fornita da Andrea, passa per 11° circa, mentre la distanza che li separa dalla virata, si aggira intorno alle 42 miglia.

Con questa andatura e questa velocità in meno di 5 ore dovremo vedere il promontorio di Punta Ala sulla sinistra.

Andrea, sintonizzati sul canale 16 che sentiamo cosa c’è di nuovo.

Termina lo skipper , correggendo di qualche centimetro la posizione del trasto della randa.

Arriviamo puntualmente, e soprattutto senza intoppi, in vista del promontorio di Punta Ala dopo 4 ore e 54 primi esatti (Gigi, il solito maniaco della precisione, aveva verificato il tempo impiegato con il cronografo che faceva bella mostra di se sopra il tavolo da carteggio accanto al barometro).

Luca, il timoniere del momento, sbraita gli ordini per la virata: – Pronti alla vira!! Randa al centro!! Viro! – Cazza randa e cazza genoa!

Cazza ancora un filo genoa! Bene così.. Dico giusto my skipper?

Marco che aveva continuato ad occuparsi della randa:  -  Perfetto mio “bosun”, io stesso non avrei saputo fare di meglio. –

Bosun e che diavolo è bosun? – Interloquisce Andrea dal suo posto sul pulpito.

Saprai anche tracciare le rotte ma con l’inglese zoppichiamo un pochino, non è vero Gigi?

Diglielo tu cosa significa bosun a quest’ignorante!

Allora, bosun è un termine marinaresco e significa propriamente: Nostromo!

Termina gongolando  Gigi, tra gli applausi di tutti, Andrea compreso.

Dopo l’allegra parentesi, Marco scende sottocoperta e contatta la capitaneria di Porto Azzurro, raccontando del problema e ricevendo in risposta:  Non abbiamo mezzi!

Dovete arrangiarvi da soli oppure provate a chiedere al circolo velico! Occhio che l’unico posto disponibile è la banchina 4 novembre, fronte viale per cui attenzione agli altri ormeggi…in bocca al lupo!

Ma va a morì….

Pensa Marco tra se e se, poi risponde alla capitaneria, ammiccando all’equipaggio: – Ok, allora ci arrangiamo ed entriamo a vela.

Ragazzi, pronti per una bella presa di gavitello a   v e l a !!

Facciamo vedere a questi quattro biroldi di che pasta siamo fatti!! – Termina lo skipper dopo avere chiuso la comunicazione con la capitaneria.
Vi voglio pronti, lesti e tempestivi –  Continua poi, strappando letteralmente la ruota dalle mani di Luca.. –

E mi raccomando: non voglio errori !

Ricordate che saranno tutti là riuniti, pronti a sbellicarsi dalle risate.

Quindi occhio alle manovre!

Andrea, armati di mezzo marinaio e aspetta il mio ordine!

Paolo al winch di dritta, Gigi al winch di sinistra, Luca alla randa.

Tempestività!! – Ripete Marco per l’ultima volta.

La manovra, vuoi perché erano tutti extra carichi, vuoi perché la combinazione mare-vento era particolarmente favorevole, riuscì alla perfezione.. al punto da suscitare l’applauso di qualche barca ormeggiata lì vicino.

Dopo arrivò anche il battello della costiera a romperci le scatole perché non si entra a vela in un porto, perché non si conoscono le disposizioni che regolano la navigazione marittima, perché dovrebbero arrestarvi tutti ecc, ecc.
Con una buona dose di orecchie da mercante, aria afflitta e promesse di ottemperanza a tutto ciò che riguarda la regolamentazione di cui sopra, chiudemmo in bellezza la giornata…

Pubblicato da: mondidelsilenzio | giugno 8, 2010

Marea Nera: paradossi della società tecnologica

Marea Nera: paradossi della società tecnologica.

Prosegue inarrestabile, ormai da 49 giorni la fuoriuscita di petrolio dalla piattaforma Deepwater Horizon nel Golfo del Messico.
Il nuovo “tappo” installato circa 24 ore fa sembra funzionare parzialmente e riesca ad intrappolare circa la metà del petrolio che fuoriesce dal pozzo sottomarino.

Intanto la marea nera continua a diffondersi e sta raggiungendo ormai dimensioni spaventose; si parla di chiazze a macchia di leopardo estese per un raggio di circa 320 Km.

Proprio oggi mentre il WWF si appresta a celebrare la Giornata Mondiale degli Oceani (istituita nel 1992 a Rio de Janeiro ) la CNN diffonde le mappe con le previsioni degli spostamenti della marea che potrebbe essere portata dalla Corrente del Golfo fin sulle coste Nord Europee .

Una scia oleosa di morte che a detta dello stesso WWF provocherà danni rilevabili per i prossimi 50 anni

I danni ambientali oltre che sociali ed economici provocati dalla marea nera sono indubbiamente immensi e destinati a durare per anni e in alcuni casi potrebbero essere addirittura irreparabili.

Si conoscono bene, infatti, gli effetti del petrolio che viene riversato in mare in superficie dalle petroliere ma la situazione qui è molto diversa: il greggio sgorga a 1500 metri di profondità risalendo lentamente verso la superficie !

Ai milioni di litri di petrolio sparsi in mare si aggiungono altrettanti milioni di litri di disperdenti altamente tossici che contribuiscono a creare una miscela mortale per ogni forma di vita.
L’azione dei disperdenti frammenta il petrolio e lo distribuisce lungo tutta la colonna d’acqua (per non farlo apparire in superficie) creando enormi distese di “nuvole” tossiche formate da goccioline di petrolio e disperdenti.

Il plankton e i piccoli animali marini come i gamberetti venendo a contatto con queste “nuvole” si contaminano e muoiono e da qui la contaminazione si estende ai predatori lungo tutta la catena alimentare.
Tutti gli animali facenti parte della catena alimentare sono interessati dagli effetti nocivi e ne subiscono le conseguenze per tempi anche molto lunghi.

Secondo diversi esperti dell’area, interpellati dal quotidiano Globalpost, la marea nera è arrivata proprio nel momento peggiore poiché in questo periodo dell’anno molte specie scelgono proprio il Golfo del Messico per fare una sosta nelle migrazioni o per riprodursi.

Fra le molte specie a rischio nell’area del Golfo del Messico le prime dieci sono:
TONNO ATLANTICO: questa specie era già a rischio di estinzione, e proprio da metà maggio a metà giugno depone le uova nell’area del Golfo del Messico.

TARTARUGHE MARINE: cinque delle sette specie di tartarughe marine conosciute hanno fra le rotte migratorie proprio il delta del Mississipi. Le Caretta Caretta ad esempio si nutre nelle acque calde del Golfo tra maggio e ottobre.

SQUALI: le Chandeleur Islands, vicinissime alla zona dell’incidente, sono una delle ‘nursery’ preferite da diverse specie, che peraltro si nutrono di plancton, anch’esso colpito dalla marea nera.

CETACEI: balene e delfini sono a rischio immediato, perché l’ingestione o l’inalazione di petrolio provoca infiammazioni e danni a diversi organi.

PELLICANO MARRONE: l’uccello simbolo della Louisiana è uscito dalle specie in via di estinzione solo lo scorso anno, ma rischia di rientrarci subito, visto che in questo periodo depone le uova vicino alle spiagge.

OSTRICHE: gli sedimenti intorno alle spiagge della Louisiana sono sede dei principali allevamenti di ostriche del paese, ma per queste specie gli idrocarburi sono altamente tossici.

GRANCHI E GAMBERETTI: in questo periodo questi animali sono nello stadio larvale e giovanile, quello più delicato.

PICCOLI PESCI: diverse specie di piccoli pesci, tra cui gli osteitti

UCCELLI MIGRATORI: moltissime specie di uccelli migratori stanno facendo sosta sulle spiagge della Louisiana, fra cui 96 solo di passeri.

Senza contare i danni alle persone e alle cose questo è il costo ambientale del disatro ecologico che si sta consumando nel Golfo del Messico.

Ancora una volta, come di consueto, senza lanciare critiche o formulare sentenze vorrei fare una riflessione su quello che è successo e sta succedendo.

Partiamo dalla piattaforma Deepwater Horizon che la BP noleggia dalla Transocean per una cifra di 500.000  dollari americani al giorno; è possibile che una piattaforma così tecnologicamente avanzata e all’avanguardia non abbia un sistema di bloccaggio del pozzo a distanza o qualche procedura di recovery in grado di evitare o limitare questo tipo di incidenti ?
Ancora una volta l’interesse economico e la speculazione sono al di sopra della vita umana e dei rischi a cui viene sottoposto l‘intero pianeta ?
Non esiste una legislazione che imponga la presenza di dispositivi di sicurezza su temi che possono generare disastri di queste proporzioni ?

E’ veramente frustrante e preoccupante constatare come in questi casi la tecnologia appaia completamente sfuggita dalle mani dell’uomo: da 49 giorni la situazione procede inesorabilmente verso la catastrofe senza che ci sia la possibilità di arrestarla.

A detta di alcuni esperti l’emorragia di greggio non si arresterà ancora per mesi finché non verrà scavato un nuovo pozzo per alleggerire la pressione al pozzo in perdita.

Come è possibile che  tutta la nostra tecnologia e le nostre meravigliose macchine siano completamente impotenti davanti ad un incidente creato dalla nostra stessa tecnologia ?

E’ forse questo il paradosso della società tecnologica; il “bel veliero che ci siamo costruiti corre inesorabilmente verso la catastrofe” ?

Inspiegabilmente, d’altro canto, i mass media (almeno in Italia) si disinteressano completamente della vicenda. La notizia non compare più né sui quotidiani né in televisione come se la cosa non ci riguardasse.
La BP  inoltre, invece di pensare a risolvere nel più breve tempo possibile il problema, acquista sui principali motori di ricerca (Google e Yahoo) le parole “marea nera” e “oil spill” per poter fornire la “propria versione dei fatti” e per spiegare quanto stanno facendo.

Ed infine da più parti si fanno avanti a contare i danni, a calcolare i milioni di dollari di perdita o di ricavo e magari a sfruttare il disastro per i propri interessi economici mentre la politica sta a guardare vincolata e legata dagli stessi interessi e speculazioni.

Tanto fra poco inizieranno i Mondiali di Calcio e, come sempre, calerà finalmente il silenzio anche su questa vicenda.

Intanto gli animali continueranno a morire, le coste saranno devastate, qualche pescatore e qualche operatore turistico perderanno il lavoro e torneremo tutti fiduciosi a guardare alla “green economy” come unico mezzo per uscire dalla crisi economica.

Paradossi della società odierna.

Comincio ad essere stanco di tutte le ipocrisie e le menzogne di questa società miope che in nome di interessi meschini non sa far altro che correre verso il baratro.

Voglio poter continuare a navigare ed immergermi nel blu del mare in compagnia di delfini e creature splendide e non in una chiazza maleodorante nuotando fra i cadaveri.

Non mi interessano i “calci nel sedere” promessi e minacciati dal Presidente Obama, i milioni di dollari di risarcimento che pagherà la BP o lo scarica barile di responsabilità fra compagnie e amministrazioni; quando l’ultimo animale di una specie si sarà estinto, quando l’ecosistema marino sarà distrutto non basteranno i dollari, gli euro o gli atti giudiziari, sarà necessaria una nuova creazione.

…guardo il mare ascoltando la nota cantata dalla prora. E vedo un piccolo gabbiano posato sul mio ginocchio… avvicino lentamente la mano. Mi guarda lisciandosi le penne. Avvicino ancora la mano. Smette di lisciarsi le penne e mi guarda senza timore. Sembra che i suoi occhi parlino. Avvicino la mano ancora un poco… Allora mi parla… e mi racconta del Bel Veliero dove molti uomini sono rimasti ancora marinai. Questi non portano guanti, per sentire meglio la vita delle manovre e delle vele, camminano scalzi e serbano il contatto col loro bastimento, così grande e bello e alto, i cui alberi arrivano lassù fino al cielo. Parlano poco, osservano il tempo, leggono nelle stelle e nel volo dei gabbiani, riconoscono i cenni che i delfini gli fanno. E sanno che il Bel Veliero corre verso la catastrofe…   Bernard Moitessier

Pubblicato da: mondidelsilenzio | maggio 20, 2010

Terrible sea-Onda Lunga

Diario di Bordo del Week-End in barca a vela 15-16 Maggio 2010

Imbarcazione: Vega

Equipaggio: Alessandro, Alessandro,Cristina, Manuela, Gianluca, Stefano, Paolo, Vincenzo.

La Primavera quest’anno non sembra proprio voler arrivare; siamo a Maggio inoltrato e i giorni di bel tempo fin’ora si sono sempre fatti molto desiderare.

La nostra voglia di mare e vela però è forte e, dopo il brivido di Marzo, ci riproviamo.

Stessa barca, stesso equipaggio (o quasi) ma diverso porto di partenza e settore di navigazione.

Questa volta Vega si trova a Genova Aeroporto un bel porto turistico proprio dietro la pista dell’aeroporto di Genova Cristoforo Colombo

Un grande week end ricco di sorprese allegria e colpi di scena stà per avere inizio.

Il meteo è più che mai incerto e così, mentre prepariamo la cena Venerdì sera, ascoltiamo il VHF per capire meglio cosa ci attende: sul Canale 16 un messaggio di Securitè precede un avviso di Burrasca e il Meteomar sul Canale 68 sembra un bollettino di guerra.

Bene, mettiamoci a tavola e ceniamo tanto stasera non si esce.

Durante la notte il vento si fa sentire e anche il mare sembra essere agitato mentre dormiamo tranquillamente ormeggiati.

Una mattinata livida e plumbea saluta il nostro risveglio.

Il vento non sembra molto forte ma fa freddo e piove e tratti, sembra di essere a Novembre inoltrato. Titubanti e speranzosi accendiamo nuovamente il VHF per ascoltare il meteo che si rivela subito incoraggiante !!

La voce metallica e impersonale della radio annuncia “terrible sea” mare Forza 8 venti, burrasche sul Canale di Sardegna, basso Tirreno Corsica.

Il mar Ligure si difende con un mare Forza 4 Vento 3 ma in aumento visibilità in diminuzione.

Il morale di tutti scende a livello della linea di galleggiamento e forse anche un pò sotto e ci interroghiamo sul da farsi.

Qualcuno per sollevare un pò gli animi fa sfoggio di cultura: “Il buon marinaio non può cambiare il tempo ma sa quando è il momento di cambiare rotta” un modo molto elegante per dire stiamocene qui tranquilli e facciamo colazione in tutta calma.

Terminiamo la colazione con calma e meditiamo sul da farsi: da un lato non ha senso rimanere tutto il giorno in porto ma neanche passare la giornata sotto la pioggia fra onde, raffiche di vento e schizzi non sembra una soluzione intelligente.

Verso le 11.00 il tempo sembra aprirsi un pochino, abbandoniamo gli indugi e proviamo ad uscire al massimo mettiamo il “naso fuori” e se è troppo brutto rientriamo.

Cerate e stivali a portata di mano usciamo dal porto e inaspettatamente…il mare è increspato ma non c’è onda lunga, il vento è teso e il cielo grigio ma non lascia cadere gocce di pioggia.

Apriamo le vele e ci lanciamo in una meravigliosa galoppata sulle ali del vento.

La barca si comporta egregiamente, prima di bolina poi al traverso ed infine al lasco proviamo andature e manovre in un crescendo di emozioni e allegria.

Solo la drizza di randa sembra volerci dare un brivido in combutta con il nostro mitico “randista”!

Ma niente ci può fermare, siamo motivati e felici e testiamo anche manovre complesse come il recupero dell’uomo a mare. In realtà l’uomo è un palloncino semi sgonfio con le sembianze di un delfino volato via dalle mani di qualche bimbo.

Torniamo verso il porto a velocità supersonica; mi sembra quasi di portare un motoscafo; ammainiamo le vele e rientriamo,questa volta il timone funziona e ormeggiamo senza inconvenienti.

Passeggiata per il porto e poi iniziamo i preparativi per la cena che sarà solenne per celebrare la prima uscita “ufficiale” della maglietta di Mondidelsilenzio.

La cena inizia con un festoso brindisi mentre tutti indossiamo la maglietta d’ordinanza e..inaspettatamente come tutte le grandi idee, dall”evento scaturisce una grande intuizione.

La fervida fantasia di Paolo, forse galvanizzata dalla giornata velica o forse aiutata dal prosecco ha un intuizione ..potremo organizzare un team e fare regate il prossimo anno, potremo chiamarci Mascarpone Latino.

E così, per Mondidelsilenzio il 15 Maggio 2010 si preannuncia come una data storica in cui si ricorderanno la prima uscita ufficiale della maglietta di Mondidelsilenzio e la nascita di un agguerritissimo team.

Le premesse saranno subito rispettate il giorno dopo.

Domenica il meteo è buono, ci svegliamo presto e usciamo subito pieni di entusiasmo.

Il sole fa finalmente capolino fra le nuvole rade e il vento si mantiene costante anche se una fastidiosa onda lunga mette a dura prova l’equipaggio.

Dirigiamo verso Portofino con veloci bordi di bolina e dopo quasi un ora di navigazione il team di Mascarpone latino, spinto dal desiderio di competizione, si lancia all’inseguimento di un bellissimo due alberi d’epoca avvistato poco lontano.

Non c’è nulla da fare per il bel veliero che viene raggiunto e superato dopo pochi  bordi eseguiti con maestria da tutto l’equipaggio.

Il team è buono ma deve ancora perfezionarsi soprattuto nelle virate!

Il tempo scorre, è ora di tornare.  Poggiamo e facciamo rotta verso il porto.

La rotta e il vento ci costringono ad un andatura al lasco con onda lunga a poppa che mette a dura prova l’equipaggio.

Ammainiamo la randa, proviamo a cambiare andatura e portarci al traverso ma il vento si spegne costringendoci ad accendere il motore.

Ormai è l’una passata e qualcuno comincia ad avere un po’ di fame mentre altri un po’ di nausea.

Portiamo fuori la cambusa ma a parte i due Ale e Paolo tutti gli altri guardano il mare e la terraferma richiamati quasi per incanto dalla voce della natura e così mentre alcuni si saziano con panini al salame e gorgonzola altri si cibano di sensazioni e pensieri e qualcuno “esterna“.

Rientriamo in porto in silenzio,ormeggiamo e riprendiamo fiato.

Dopo tanto meditare l’appetito prende il sopravvento e prima di sbarcare facciamo merenda; diamo una sistemata alla barca e torniamo verso casa allegramente.

Ancora una volta nonostante il meteo incerto e l’onda lunga l’allegria e la voglia di stare insieme ci hanno regalato un altro week end indimenticabile.

Grazie a tutti.

Pubblicato da: mondidelsilenzio | maggio 5, 2010

Vele d’altri tempi

Vele d’altri tempi.

Pubblichiamo il diario di bordo di un’avventura velica dal sapore antico, quando le mani di terzarolo non si prendevano “semplicemente” cazzando le borose e lasciando al lazy Jack i rifiuti della vela ma legando matafione dopo matafione.

Il racconto, inviatoci da un amico, narra di un’ uscita in barca sul mitico “vecchietto” imbarcazione a vela d’altri tempi..

Un bel  modo per ricordare il vecchietto e le emozioni che ancora rievoca in tutti quelli che hanno navigato con lui.
Chissà che fine avrà fatto il nostro vecchietto ??

Pozzetto

Cinque amici in barca: AVVENTURA SETTEMBRINA..

Sono le 7,00.

A sentire il resto dell’equipaggio ora impossibile e quantomeno idiota per fare qualsiasi cosa, tranne naturalmente il dormire.

Lo skipper però, come al solito, non la pensa così e in un modo o nell’altro riesce a buttare giù dalle brande tutti quanti.

Il buon profumo di caffè appena fatto aleggia nell’aria tersa e un po’ frizzante di quel sabato mattina dei primi di Settembre.

Veloce colazione a base di caffé, latte, fette biscottate e marmellata, preparata come il solito dall’infaticabile skipper, ed ognuno si prepara secondo il piano stabilito la sera precedente.

Il porto di Riva di Traiano è, data la stagione, molto affollato e ciò giustifica, sempre a detta dello skipper, la partenza a quell’ora infame.

Non si nota, infatti, alcun movimento: tutto è tranquillo e silenzioso ad eccezione dello stridere di gabbiani e rondini di mare, dello sferragliare di drizze contro alberi e boma ed il cigolio delle cime d’ormeggio su bitte ed attraverso cubie.

Spira, come previsto dal bollettino dei naviganti, un leggero maestrale che increspa lo specchio d’acqua del porto.

Andrea è al suo posto a prua, le gambe strette, quasi avvinghiate al pulpito impugnando il mezzo marinaio, quasi fosse un fiociniere a caccia di balene.

Il suo compito: mettere in chiaro le cime d’ormeggio che corrono dalle gallocce di prua al gavitello e mollarle quando viene impartito l’ordine.

A poppa stanno: lo skipper alla ruota e Paolo, che si occupa dell’ormeggio di poppa.

A babordo e tribordo stanno, rispettivamente: Gigi e Luca che hanno il compito di controllare che la manovra di uscita dal posto in banchina avvenga senza urti contro le barche ai fianchi.
Il diesel da 20cv ronfa sommesso mentre gli scarichi gorgogliano allegramente.

-    Molla a poppa, molla a prua!! Luca tira giù quel parabordo! Andrea, occhio al bompresso di quel ketch! – Urla lo skipper mentre da gas al motore e la barca  sfila lentamente dal suo posto. –

-    Issare tutti i parabordi e fissarli alla battagliola! Prepararsi ad issare le vele! Andrea, verifica che lo spi sia stato giuncato e sia libero! -   Continua lo skipper virando a babordo per guadagnare l’imboccatura del porto.

Una volta usciti dal riparo degli alti frangiflutti, si avverte un rinforzo nel vento accompagnato da onda più formata e schiumeggiante.

prua

La barca comincia a rollare e beccheggiare di brutto.

-    Paolo, Luca date volta alle cime che fissano il tangone, tanto penso proprio che non avremo mododi usare lo spi.

Andrea, hai bloccato il passo d’uomo a prua ? Gigi, scendi un attimo e controlla lachiusura di tutte le prese a mare.. Quando siete pronti proviamo ad issare le vele.. Ok? –

Si ritrovano tutti nel pozzetto e si decide la strategia da adottare: Gigi ed Andrea si occuperanno di issare la randa (il vecchio sloop di 11 metri non è provvisto di servomeccanismi come avvolgi randa ed avvolgi fiocco, pertanto tutte le manovre sono effettuate manualmente).

Paolo ed Andrea si occuperanno del fiocco che andrà in ogni caso scelto in base alla forza del vento in quel momento.
-    Ragazzi, secondo me è meglio usare subito un fiocco pesante, così evitiamo di cambiarlo poi.

Mi sa tanto che  ‘sto vento è destinato a rinforzare’ !

Conviene anche verificare l’integrità delle borose, caso mai si dovesse terzarolare.. Non voglio sorprese.. –

Il vento, in effetti, rinforza, non solo, ma cambia anche direzione ed in qualche minuto (pazzesco), gira da Nord-Ovest a Sud-Ovest, trasformandosi quindi in Libeccio, anche se ancora abbastanza debole.

Mentre Paolo ed Andrea sono indaffarati ad inferire il fiocco pesante allo strallo, inserendo i garrocci uno ad uno, Gigi e Luca hanno terminato di issare la randa che comincia a prendere ed a stabilizzare un po’ di più la barca.


-    Porca Pupazza!!
– Se n’esce lo skipper – Mai vista una cosa del genere: in un quarto d’ora il Maestrale che mi diventa Libeccio.. Qui se continua a rinforzare è meglio virare alla veloce e tornare in porto!

– Non cominciamo a rompere ! – Esclamano quasi in coro Luca e Paolo –  Siamo qui e, accidenti, ci facciamo tutte le strambate possibili ed immaginabili, anche a costo di scuffiare o disalberare..

Ma non si torna!! – Aggiunge Andrea. –

-    Ok, ok; però stiamo tutti in campana perché  ‘sti giri di vento non mi piacciono per niente e, di solito, un cambiamento simile, preannuncia libecciata.. Vi devo dire di più?

– Termina lo skipper correggendo, nel frattempo, la rotta in modo da presentare al vento il mascone sinistro.

– Ragazzi, se vogliamo continuare, e mi pare che questa sia la scelta a furor di popolo, cominciamo a prendere un paio di mani di terzaroli.

Gigi, Luca fatemi vedere quanto siete veloci a prendermi  ‘ste due mani! – I due, punti sul vivo, si precipitano uno a metà del boma e l’altro vicino all’albero.

Mentre lo skipper vira per mettere alla cappa, Andrea armeggia col winch della randa e si tiene pronto alla manovra.

Dall’altra parte del pozzetto, Paolo fa lo stesso col winch del fiocco.

Gigi nel frattempo, aggrappandosi ogni tanto all’albero col braccio sinistro, è riuscito in qualche modo ad ammainare la vela fino alle brancarelle corrispondenti alle due famose mani di terzarolo ed ha assicurato la borosa di bugna.

Assieme a Luca, termina l’operazione serrando la vela in eccedenza con i rispettivi matafioni ed assicurando la borosa di mura.. Il tutto eseguito in una sorta di balletto dovuto al continuo rollìo e beccheggio della barca. –

-    Splendido! – Esclama lo skipper riportando in rotta la barca che, momentaneamente, risulta molto meno imbardata. –

-    Cazzate un pelo randa e fiocco che stringiamo un po’ di più e facciamo rotta verso l’Elba, vi sta bene?

– Applauso generale da parte della ciurma che, evidentemente, approva ed apprezza la decisione dello skipper.

– Se butta proprio male, possiamo sempre riparare al Giglio o Giannutri. – Prosegue quest’ultimo, sempre impugnando saldamente la ruota.

Il mare cresce d’ora in ora, l’onda comincia a frangere e sbuffi di schiuma bianca investono il pozzetto ad intervalli regolari.

Si tirano fuori le giacche a vento impermeabili e qualcuno indossa anche il cappello giallo di cerata.

Non dimentichiamo che siamo a Settembre inoltrato e nonostante la giornata di sole, il vento accompagnato da spruzzi d’acqua gelida, non è per niente piacevole.

Per mantenere rotta e velocità, ed al tempo stesso garantire una certa stabilità alla barca,lo skipper è obbligato, in quelle condizioni, a stringere ulteriormente con il risultato di aumentare la sbandata e finire con la falchetta a mare.

Gli ombrinali hanno il loro gran daffare a scaricare l’acqua imbarcata e la coperta è diventata molto scivolosa.

-    Occhio a camminare la sopra, gente! Usate i tienti bene e le draglie.

Gigi, per cortesia, te l’ho già detto un sacco di volte: mettiti le scarpe! Non voglio portarti all’ospedale con qualche dito fratturato, ma guarda questo; col cappello alla “Capitani Coraggiosi” in testa e senza scarpe.

Ma sipuò?!? – Se n’esce lo skipper verificando allo stesso tempo il comportamento delle vele tese al massimo.

L’imbarcazione, per effetto del vento che tende a rinforzare e, sicuramente, di qualche corrente, tende a

scarrocciare a tribordo costringendo l’equipaggio a frequenti cambi di mura e conseguenti, continue manovre per regolare le vele..

Il tutto accompagnato dal cantare stonato e pure a squarciagola di Gigi, mentre Andrea si limita a fischiettare incessantemente.

Nonostante tutto si guadagnano miglia su miglia, anche se non esattamente sempre nella giusta direzione.

Tutti quanti, tale e tanta è la passione, hanno modo di divertirsi immaginando di essere in regata ad Auckland su Luna Rossa.

La ruota però è sempre saldamente in mano allo skipper.

ruota

Il Vecchietto (questo è il nome della barca) tende, infatti, con vento teso alle andature portanti ad andare all’orza e quindi, molto facilmente, a straorzare..

Ciò non rappresenta certo il massimo quando si hanno 25 nodi di vento, onda lunga e formata e si è spesso costretti a strambare.

-    E’ meglio che qui ci sto io ancora per un poco, tanto voi il vostro divertimento l’avete lo stesso. – Aveva affermato qualche ora prima lo skipper, nel momento in cui aveva realizzato che il vento si era di nuovo girato in Maestrale, rinforzando contemporaneamente.

Naturalmente quest’ultimo cambiamento aveva fatto sì che per andare all’Elba (ormai era diventata una questione d’orgoglio e di principio), avevano il vento direttamente sul muso e, per mantenere la direzione prevista dovevano continuare a fare bordo su bordo.

Dopo un altro paio d’ore di quel casino e con il vento che rinforza ulteriormente, lo skipper ordina di prendere l’ultima mano di terzaroli e di issare la tormentina. –

-    Non voglio arrivare a destinazione a motore; voi cosa ne pensate? – Grida lo skipper per farsi sentire da tutti in quel caos sibilante di vento tra le attrezzature e flutti che schiaffeggiano lo scafo

– Se il capitano Achab e la sua cerata, scendono sottocoperta e preparano qualcosina da mettere sotto i denti e qualche birra, penso che andrebbe bene.. O no? –

Continua rivolto a Gigi che prosegue imperterrito a “cantare” come un pazzo.

-    Ok, ok – Risponde quest’ultimo – In effetti mi è venuto un certo appetito. Chi vuol mangiare alzi la mano. – Conclude – Tutti confermano l’appetito e la voglia di birra ed il solito Andrea esclama: -Accidenti, l’ho già detto e lo ripeto: a costo di disalberare arriviamo a vela!! –

Il tutto gridato a squarciagola per farsi sentire da prua, dove, assieme a Paolo sta cercando di cambiare fiocco in navigazione.

Manovra questa normalmente abbastanza semplice, ma che diventa impossibile con la barca che rolla e beccheggia come un puledro punto da un tafano ed il vento che cerca di schiaffarti a mare.

Anche con tre mani di terzarolo e la tormentina issata al posto del fiocco pesante, risulta molto impegnativo il governo della barca.

Bisogna stare continuamente all’erta: allascare e cazzare quasi continuamente le scotte e calcolare il momento più propizio per virare o strambare, per evitare straorzate o ingavonamenti improvvisi.

Molto importante è anche il tempismo e la sincronia dell’equipaggio durante il cambio di mura

In vista di Giannutri, dopo 31 miglia e quasi otto ore di “divertimento” lo skipper decide di riparare a Cala Spalmatoi ma, dopo una rapida consultazione del portolano, Gigi grida dalla tuga che non conviene andare a Cala Spalmatoi perché non ben ridossata ed il fondale non è buon tenitore.

Si decide quindi di dirigere su Cala Maestra, sulla costa Nord-Ovest dell’isola ed unico altro scalo disponibile.

Mancando ancora una cinquantina circa di miglia per l’Elba e non accennando il vento a bonacciare, si decide di pernottare sul posto.

Non ci sono night clubs ne discoteche.

Se è per questo no c’è neanche una pizzeria.. Ma chi se ne frega!

A bordo abbiamo la cambusa ben rifornita, i beveraggi non mancano, c’è la chitarra di Paolo ed i bongos dello skipper..

Quando la compagnia è delle migliori checosa si può chiedere di più?..

Domani mattina, dopo un buon sonno e con calma, si vedrà cosa fare..

Pubblicato da: mondidelsilenzio | marzo 31, 2010

Veleggiata di Primavera: gira la ruota!

Gira la ruota

Diario di bordo Veleggiata di Primavera 20 e 21 Marzo 2010.

Imbarcazione: Vega

Equipaggio: Alessandro, Alessandro, Daniela, Gianluca, Giovanni, Paolo, Roberto

La primavera sta arrivando e, come ormai da consolidata tradizione, decidiamo di festeggiarne l’arrivo con una bella veleggiata.

Quest’anno però, la primavera sembra voglia farsi attendere ancora un poco e così partiamo con una previsione meteo tutt’altro che favorevole: pioggia e nuvole per tutto il week !

Speriamo che almeno ci sia vento e si possa uscire.

L’ equipaggio, questa volta, è quasi tutto nuovo, infatti, a parte Paolo, tutti gli altri partecipanti sono alla loro prima avventura insieme a noi. Arriviamo in porto Venerdì in serata; prendiamo possesso della barca “Vega” una vecchia conoscenza, carichiamo la cambusa e tanto per cambiare mangiamo.

Cambiano le persone ma le abitudini rimangono sempre le stesse e anche in questo imbarco, come nei precedenti si sono evidenziati personaggi di spicco sia dal punto di vista velico che conviviale.

Le previsioni meteo sembrano purtroppo corrette: fuori fa freddo c’è vento ed è coperto ma per il momento non importa; al calduccio della nostra barca ci prepariamo per andare a dormire.

Sveglia alle 8.30 il cielo è sempre nuvoloso ma il vento è decisamente buono e il mare sembra promettere un’ottima giornata di vela.

Prepariamo la barca, ultimi acquisti di pane e focaccia e poi, molla tutto si parte.

Le promesse sono mantenute vento da Est, Est-Sud-Est costante fra i 20 e i 25 nodi, mare increspato e perfettamente navigabile.

Prua al vento, non c’è un attimo da perdere, issiamo le vele.

E così drizza di randa, scotta di fiocco apriamo le vele e cominciamo a navigare.

Vega, la nostra barca, mostra qualche segno di stanchezza dopo il lungo inverno; due garrocci della randa sono staccati e la batteria dei servizi mostra qualche problema di ricarica.

Ma per il momento non ce ne preoccupiamo e veleggiamo splendidamente fra Aregai e S. Remo.

Poco prima di mezzogiorno incontriamo anche i delfini (probabilmente tursiopi) due esemplari che nuotano e giocano lungo la nostra prua.

Un’apparizione fugace ma sempre estremamente gradita.

Facciamo appena in tempo a prendere le macchine fotografiche che i delfini scompaiono e silenziosi si immergono in profondità.

E’ sempre una grande emozione vedere i delfini che nuotano vicino alla prua della barca.

Le ore scorrono veloci pranziamo mentre procediamo in un traverso-lasco e ci dirigiamo verso S.Remo.

Trascorriamo il pomeriggio a risalire il vento con lunghi bordi di bolina che ci portano in vista del porto a pomeriggio inoltrato.

E’ ora di rientrare…ammainiamo le vele, fuori i parabordi e ci prepariamo al rientro.

La manovra di ormeggio genera sempre in me un pò di apprensione ma questa volta lo sento più del solito: vuoi perché l’equipaggio è quasi del tutto nuovo vuoi per il vento abbastanza forte o per quel sesto senso che a volte si sviluppa.

Infatti il briefing prima dell’ingresso in porto è stranamente lungo e abbastanza inquietante.

Entriamo in porto con circa 20 nodi di vento alle spalle, chiamiamo per radio gli ormeggiatori e incominciamo la manovra.

Inserisco la marcia indietro e piano piano giro la ruota del timone per andare a destra.

Gira la ruota ma.. gira solo quella !

La barca va dritta e il vento la fa andare un pò dove vuole; siamo senza timone la ruota di destra gira a vuoto e quella di sinistra sembra parzialmente bloccata.

La situazione si fa abbastanza critica, il vento ci butta sopra le altre barche, un po a colpi di motore, un po a spinte e acrobazie funamboliche riusciamo a tenerla lontana dalle altre barche e a evitare danni.

Con il provvidenziale aiuto del proprietario di una barca vicina a e degli  ormeggiatori che arrivano con il gommone quando ormai tutto è finito, riusciamo a mettere Vega al suo posto e a ormeggiarla come si deve.

Non riesco ancora a crederci..ce l’abbiamo fatta !

Stemperiamo la tensione scendendo a terra per prendere un caffè poi risaliamo a bordo per occuparci della cucina.

Prepariamo la cena con la collaborazione di Daniela che si rivela un ottima cuoca e realizza un eccezionale sugo per la pasta tonno pomodori, olive e acciughe !

Così nel tepore della nostra barca (il riscaldamento funziona ancora) ci mettiamo a tavola; aperitivo, primo, secondo, dolce…la cena si protrae come sempre in allegria fra citazioni dotte (questa volta sulla storia del cinema) aneddoti e racconti di vario genere.

Una passeggiata digestiva sul lungomare e poi tutti a nanna, stanchi ma contenti.

Il mattino seguente si presenta plumbeo e senza vento con sporadiche spruzzate di pioggia; la cosa non ci preoccupa tanto siamo bloccati in porto.

Il tempo di fare colazione e di sistemare la barca a poi si ritorna a casa.

Finisce così un week end particolare fatto di emozioni, qualche brivido e come sempre tanta allegria.

Arrivederci a tutti alla prossima avventura speriamo con più sole e meno imprevisti.

Grazie a tutti !!

Alex

Pubblicato da: mondidelsilenzio | marzo 25, 2010

“Embolia da compensanzione” ma che cos’è ?

“Embolia da compensazione” ma che cos’è ?


Domenica sera, appena tornato a casa da un week end in barca a vela, vengo subito informato dagli suoceri di un incidente che ha coinvolto 9 subacquei al largo di Bacoli in provincia di Napoli.

La scena si ripete Lunedì mattina in ufficio:” hai sentito dei sub di Napoli…”.
Orami ci sono abituato, tutte le volte che succede qualcosa di questo tipo parenti, amici e colleghi mi avvisano, commentano la notizia o chiedono spiegazioni.
Evidentemente è un modo per dirmi che sono noioso e parlo sempre di vela e subacquea o per ristabilire una sorta di equilibrio in contrapposizione a tutte le esperienze meravigliose di fondali e veleggiate che sono il soggetto preferito dei i mei racconti.

Puntualmente però, come  sempre in questi casi, mi colpiscono la disparità di commenti e giudizi sull’accaduto e il fiorire di versioni assolutamente inconciliabili sulla dinamica dell’incidente.

La cosa è comprensibile trattandosi di persone che non hanno mai praticato la subacquea.
Cerco allora di capire cosa è successo attraverso la rete e trovo diversi articoli sull’accaduto ma questa volta la disinformazione e l’assoluto proliferare di inesattezze mi lasciano veramente perplesso.

I vari articoli che sono riuscito a leggere parlano di “embolia da compensazione”, “scompenso d’aria”, errata misura della quantità di ossigeno nelle bombole, e sub che durante la risalita non si sono accorti che l’ossigeno stava terminando.

In 15 anni di attività subacquea di cui 10 come istruttore non mi sono mai imbattuto in uno “scompenso d’aria” ne ho mai sentito di sub colpiti da inconvenienti come quelli sopra citati.

Come mai articoli e giornali riportano così tante inesattezze ed errori grossolani suprattutto quando si parla di attività subacquee ?
Si scrivono fiumi di inchiosto e si spendono milioni di parole su errori arbitrali, rigori sbagliati e presunti fuori gioco senza poter disporre di informazioni corrette su uno sport come la subacquea praticato da migliaiai di persone ogni anno !

L’attività subacquea non è così complessa o sconosciuta da essere avvolta nel mistero e nota solo a pochi adepti.

Poteva essere così 50 anni fa ma non adesso dove i corsi di sub sono alla portata di tutti e largamente offerti nei villaggi turistici.

Senza esprimere giudizi di sorta e senza attribuire responsabilità poichè, come sempre, quando non si dispone di informazioni certe non si possono trarre conclusioni affrettante, proviamo a fare un pò di chiarezza sull’accaduto.

In primo luogo le bombole normalmente utilizzate per le immersioni contengono aria compressa (la stessa aria che stiamo respirando ora) costituita dal 21% di Ossigeno e un 79 % di azoto.

E’ possibile immergersi con miscele diverse dall’aria chiamate NITROX che hanno una diversa percentuale di ossigeno (maggiore del 21%) ma non è questo il caso.
I sub in questione possono quindi essersi attardati in profondità per cercare il compagno disperso ed essersi trovati in condizone di mancanza di aria cioè con le bombole quasi vuote.

Veniamo alla compensazione: quando ci si immerge la pressione ambiente dell’acqua cresce in funzione della profondità (circa un bar ogni 10 metri) questa pressione si avverte su alcune parti del nostro organismo prime fra tutte le orecchie.

E’ capitato a tutti di immergersi anche solo in apnea con pinne e maschera e sentire un fastidio ai timpani schiacciati verso l’interno dalla pressione dell’acqua.
La compensazione serve proprio a riequilibrare questa pressione esterna aumentando il valore prsente all’interno dell’orecchio medio.

La manovra più utilizzata per effettuare la compensazione è  la manovra di Valsalva che consiste nel chiudere il naso con le dita immettendo aria all’interno dell’orecchio medio espirando dalle narici (come quando ci si soffia il naso).

Problemi di compensazione si possono avere in fase di discesa cioè all’inizio dell’ immerisione e possono provocare problemi al timpano come la sovradistensione e perfino la rotttura ma non si possono verificare in fase di risalita (in risalita si può evere il fenomeno contrario del blocco inverso).

Le lesioni timpaniche non danno i sintomi elencati nei vari articoli (dolori articolari, vomito e nausea) e non si curano in camera iperbarica.
I sisntomi descritti sono invece generalmente collegati con un altra patologia la Malattia da decompressione (MDD) a volte chiamata, anche se impropriamente, embolia.

La MDD è una patologia provocata dalla formazione di bolle gassose all’interno del circolo ematico o dei tessuti ed è provocata dalla mancata eliminazione di gas inerti quali ad esempio l’azoto.

Un sub in immersione respira aria a pressione via via crescente in funzione della profondità e questo fa si che i suoi tessuti accumulino l’azoto in quantità che dipendono dalla profondità raggiunta e dal tempo di permanenza.

Se la quantità di azoto supera certi valori il sub non può risalire immediatamente in superficie ma deve fermarsi a profondità intermedie per permettere all’azoto in eccesso di defluire e poter quindi raggiungere la superficie senza rischi.

Questste soste si chiamano tappe di decompressione.

Una delle possibili cause dell’incidente avvvenuto a Bacoli potrebbe essere propprio questa; i sub si sono attardati troppo a profondità elevate (forse per cercare il compagno disperso) e si sono trovati a dover fare delle soste di decompressione senza però avere aria sufficiente nelle bombole.

Sono quindi stati costretti a risalire saltando la decompressione e in superficie si sono manifestati i sintomi della MDD patologia che viene curata in camera iperbarica.

Se la dinamica dell’incidente fosse quella sopra descritta, sono attribuibili al gruppo ed in particolare all’istruttore errori di valutazione e violazione di alcune regole fondamentali.

La subacquea, come molti altri sport e discipline è un attività sicura e meravigliosa ma ha delle regole e procedure precise che devono essere rispettate.

Il rispetto delle regole, la consapevolezza dei propri limiti e l’attenzione continua sono requisiti fondamentali nella pratica di un immersione e sono i più validi strumenti a disposizione dei sub per evitare incidenti come questi che possono avere risvolti anche gravi.

Gli strumenti e le attrezzature oggi a disposizione dei subacquei e le conoscenze acquisite, sono in grado di limitare fortemente l’insorgere di problemi e di patologie e di rendere la subacquea un attività estremamente sicura e divertente.

Alex

Pubblicato da: mondidelsilenzio | febbraio 28, 2010

Orca assassina

Orca Assassina ?

E’  con questo il titolo con cui è comparsa sulle prime pagine dei  giornali la notizia dell’incidente avvenuto a Orlando, in Florida, in cui un Orca ha ucciso la sua addestratrice.
Non voglio  assolutamente sembrare irrispettoso; pietà, serietà e cordoglio sono sentimenti che devono sempre essere presenti quando si parla della scomparsa di un essere umano.
Semplicemente però,  non capisco il perché di questi titoli , ne tanto meno l’enfasi che è stata riservata alla notizia.

Perché suscita così tanto interesse un incidente sul lavoro, in cui invece che un mezzo meccanico o un errore umano è responsabile un animale ?
Forse tanta enfasi e tanto clamore sono dovuti al fatto che tali vicende, non fanno che confermare la classificazione  antropomorfa degli animali tanto cara alla gente comune.
Pensavo che il trasferire caratteristiche umane agli animali ed etichettarli in buoni e cattivi fosse ormai, in una società scientifica ed evoluta come quella odierna, solo un retaggio del passato.

Probabilmente non è così; il lupo cattivo, l’orca assassina, lo squalo killer che vanno benissimo per la cinematografia e forse le favole trovano ancora il loro posto in una società  progredita (o che almeno si ritiene tale).
Assassino è colui che uccide intenzionalmente con dolo e premeditazione; come fa un orca ad essere assassina ?

Un lupo non è ne buono ne cattivo; è un lupo!

Un orca non è assassina o giocherellona è un orca con la sua natura, i suoi istinti, i suoi modelli comportamentali dettati dalla sua evoluzione naturale.
Ed è proprio questa natura degli esseri viventi che sembra venir dimenticata in questi casi.
L’orca è un animale fortemente sociale, caccia e vive in branchi; si nutre di foche, leoni marini e a volte attacca anche i cuccioli di balena e gli squali.
Come dovrebbe sentirsi un animale del genere costretto a nuotare in spazi ristrettissimi, quasi sempre da solo, senza poter cacciare e costretto a saltare come un burattino per afferrare il cibo e far divertire esseri che non fanno parte del suo mondo ?
I suoi istinti, la sua natura  repressa per mesi e forse anni non potrebbe esprimersi una volta tanto ?
Dalle statistiche risulta che in mare aperto non si sono mai verificati attacchi di orche ad un essere umano, mentre nelle strutture simili al parco acquatico del SeaWorld in Florida se ne sono già registrati parecchi.
Ancora una volta non è forse la cupidigia umana la responsabile di queste morti.

In nome del denaro e del business vogliamo fare cambiare agli animali la loro natura senza pensare alle possibili conseguenze.
Non avendo spesso rispetto della natura umana, perchè dovremmo averne per quella degli altri esseri viventi.
Non ho mai incontrato un orca dal vivo ma in compenso ho incontrato molto squali (pesci) con cui ho fatto immersioni, li ho osservati,ho interagito con loro e perfino presi per le pinne, sempre con il dovuto rispetto e consapevole dei rischi.

Proprio vedendo una di queste foto che mi ritraevano “in mezzo agli squali , una persona  mi chiese “ma non avevi paura? Io non mi sarei fidato!”
Forse un po provocatoriamente risposi: “a volte mi fido di più di uno squalo che di un essere umano…”

Alex

Pubblicato da: mondidelsilenzio | gennaio 18, 2010

Haiti tragedia nella tragedia.

Per tutti noi, in particolare velisti e appassionati di mare, i Caraibi rappresentano il sogno: paesaggi mozzafiato, spiagge bianche e isolette verdissime immerse in mari cristallini e caldi.
Mete ideali per le vacanze e luoghi fantastici descritti in mille libri di avventure e di mare.

Ma fra le isolette e le spiagge, il denaro e i personaggi famosi esiste una porzione di isola che sembra non avere pace, un luogo di povertà, di miseria, fame e disperazione: Haiti
Una realtà anomala e quasi dimenticata Haiti è fra i paesi più poveri del mondo in cui l’80% della popolazione vive con meno di un dollaro al giorno in baracche fatiscenti con un aspettativa di vita che non va oltre i 50 anni e una mortalità infantile che condanna un bambino su tre a non raggiungere i 5 anni di vita.

Ex colonia francese indipendente dal 1804, Haiti occupa la parte ovest dell’isola di Hispaniola nei Caraibi mentre la parte est dell’isola è costituita dalla Repubblica Dominicana.
La storia di Haiti è unica e per alcuni versi inspiegabile in rapporto alle altre realtà caraibiche.

Haiti fu la prima nazione indipendente dall’America Latina in seguito alla ribellione degli schiavi, e la prima guidata da neri.
Nonostante l’indipendenza Haiti ha mantenuto stretti legami con la Francia e il francese è lingua nazionale insieme al creolo.

Il paese, colpito giorni fa dal un violento terremoto che lo ha riportato in primo piano nelle cronache, vive da anni in uno stato di emergenza umanitaria gravissima.

Una tormentata storia politica fatta di occupazioni, tirannia e un accanirsi della natura che sembrano ever eletto questo, “frammento di Africa finito per sbaglio ai caraibi” ,come una terra senza pace e senza speranza.

L’isola fu occupata dagli Usa dal 1915 al 1934. Partiti i marines, fu guidata da un’elite militare, e dal 1957 al 1986 dalla dittatura della famiglia Duvalier economicamente sostenuta dagli Usa.

In seguito alla rivolta popolare di quell’anno, Washington organizzò la fuga del tiranno “Baby Doc” e della sua famiglia.

Gli scontri durarono per anni. Nel 1990 le elezioni presidenziali furono vinte dall’ex sacerdote Jean-Bertrand Aristide, spodestato l’anno dopo da un golpe militare, poi tornato al potere grazie al sostegno degli Stati Uniti.

Nel 2000 il suo secondo mandato fu segnato da accuse di corruzione e un nuovo golpe nel 2004 vide l’inizio di una rivolta popolare che ha causato disordini e violenza mentre nello stesso anno un terribile uragano, Jeanne, devastava il Paese.
Da allora è in corso una missione internazionale la Minustah sotto l’egida dell’ONU.
L’efficienza dell’ operazione ONU è stata però messa in dubbio da più parti per gli scarsi successi ottenuto nel campo del disarmo dell’isola e del controllo della criminalità.

Scontri politici, corruzione, deforestazione del territorio un tempo verdissimo hanno portato grande povertà in questo paese dove il 65% della popolazione è analfabeta.

Le elezioni presidenziali del 2006, fra molte accuse di brogli, hanno visto emergere Réné Préval.

Il terremoto del 13 Gennaio scorso ha reso “apocalittica” la situazione  presente oggi sull’isola; alla miseria e alla fame endemica si aggiugono la morte, le malattie e la totale mancanza di speranza.

Su tutti i giornali o i siti si vedono le foto e gli articoli su guerre tra disperati per acqua e cibo a colpi di macete o cimiteri a cielo aperto con mucchi interminabili di cadaveri insepolti.
Immagini crude e forti che come “scosse telluriche” hanno scosso e scuotono le nostre coscienze e la nostra sensibilità.

Da tutte le parti prendono forma aiuti e iniziative; personaggi famosi e governi si mobilitano per inviare soccorsi e da ogni parte piovono richieste di denaro e aiuto in favore della popolazione martoriata di Haiti.

Tutto questo è sacrosanto, bellissimo e giusto.
Non si può restare insensibili al dolore, alla sofferenza e alla morte di così tante persone.

Da giorni però un pensiero si affaccia prepotente nella mia mente: Perchè la loro morte ci sconvolge tanto adesso mentre la loro vita sembrava non importare a nessuno ?

Piangiamo e proviamo pietà per un uomo morto sotto le rovine della sua baracca senza pensare che si stratta dello stesso uomo che sarebbe morto di stenti  di fame o di violenza nel silenzio dentro la stessa baracca.

Solo il potere evocativo delle immagini e l’immediatezza della tragedia sono in grado di far vedere al mondo una tragedia che  si consuma silenziosa da decenni davanti agli occhi indifferenti del mondo ?

Chissà quanti dei personaggi famosi, che oggi si mobilitano per raccogliere fondi, saranno passati davanti ad Haiti nei mesi scorsi per raggiungere le loro ville a bordo di navi e yacht da favola, senza pensare che nello stesso istante migliaia di bambini, là sull’isola, morivano di fame o erano venduti come schiavi ?

Sosteniamo tutti insieme, ognuno secondo le proprie possibilità, le iniziative di solidarietà e fratellanza che in questo momento tutto il mondo rivolge verso Haiti ma con la speranza che questo non sia come sempre un fenomeno isolato.

Auguriamoci che in questo nuovo anno non occorrano tragedie e terremoti per accorgerci della sofferenza e della poverta.

Ricordiamo le parole del poeta inglese John Donne “Ogni morte d’uomo mi diminuisce, perchè io partecipo dell’umanità. E così non mandare mai a chiedere per chi suona la campana: essa suona per te.”

Alex

Pubblicato da: mondidelsilenzio | dicembre 24, 2009

Mare silenzi e spiritualità

Mare silenzi e spiritualità

Da sempre il Natale è un periodo particolare di interiorità e  riflessione ma anche di bilanci in cui ci si coglie l’occasione per guardarsi dentro e fare un pò di silenzio, dialogare con il proprio io e la propria coscienza alla ricerca di conferme, risposte e speranze.

E’ trascorso poco più di un anno dalla nascita di Mondidelsilenzio: un gruppo nato quasi spontaneamente intorno ad un’ idea, un modo diverso e nuovo di fare subacquea e di andare in barca.

Mondidelsilenzio è un gruppo  di persone che amano il mare, si immergono e navigano per passione e che lo esplorano “in punta di pinne” senza disturbare  il mare per imparare a conoscerlo ascoltando la sua voce e quella delle sue creature. Persone che, attraverso il mare, cercano e incontrano una intensa e forte dimensione umana e spirituale.

L’ idea ed il nome nascono proprio da questo concetto e da questa filosofia dell’ “andare per mare in silenzio”; non un silenzio esteriore ma interiore fatto di amicizia, ascolto, rispetto e valori.

Andare per mare in allegria e divertimento senza dimenticare il rispetto per l’ambiente e per le altre persone; per costruire legami forti di amicizia vera e anche per guardarsi dentro e lasciarci un pò traformare dalla voce del mare. Una voce in cui  ognuno di noi, a modo suo, ritrova una dimensione quasi spirituale come se nel vento e nel mare si riesca a percepire la voce di Dio.

Mi è capitato spesso di riflettere e meditare “profondamente” nel corso delle immersioni proprio perchè  il  “silenzio del mare” e la ricchezza della vita sottomarina mi aiutavano spesso a creare con facilità un proficuo silenzio interiore.

Così come non posso dimenticare i numerosi e spesso interminabili dialoghi filosofici e spirituali con gli amici sotto le meravigliose volte stellate nelle notti in rada o in navigazione notturna quando lo sciabordio dell’acqua sulla prua accompagnava come un canto le nostre parole.

Momenti intensi  in cui ognuno di noi condivideva con gli altri l’immenso desiderio di assoluto, lo stupore e la meraviglia insieme  alle paure e ai dubbi propri della condizione umana.

Questi momenti  di mare e  spiritualità hanno contribuito a rafforzare l’amicizia nel gruppo, favorire il dialogo e la condivisione facendo nascere legami forti e sinceri.

Un modo molto particolare di concepire il mare, la subacquea e la vela, che forse può sembrare un pò troppo romantico ed anacronistico in una realtà come quella odierna in cui le tensioni politiche ed economiche sembrano mettere in secondo piano la dimensione spirituale e trascendete dell’uomo.

Ma fortunatamente non è così, il desiderio di quel “qualcosa di più”, il bisogno di dare un senso profondo alle cose che facciamo è vivo e presente e stà diventando sempre più forte.

Ho appreso poco tempo fa, dall’amico Giorgio,  la notizia della nascita di un iniziativa ed un progetto chiamato “La fede sotto il mare” (www.lafedesottoilmare.it )

Il progetto propone il binomio innovativo  fede e subacquea che, partendo dalla scoperta, cura e  conservazione delle statue sommerse prosegue con la diffusione di momenti di meditazione e condivisione realizzando e proponendo itinerari subacquei fra spiritualità ed avventura.

Un progetto innovativo ed interessante che sta raccogliendo numerosi consensi; un esempio di come si possano concigliare divertimento e spiritualità, di come anche l’immersione subacquea possa diventare un modo per riacquistare  la capacità di stupirci, di guardare oltre le apparenze per incontrare davvero il mare e attraverso di lui colmare il nostro desiderio di verità e di trascendenza.

Aspettiamo ulteriori dettagli sulle prossime iniziative di La fede sotto il mare, che speriamo contemplino anche  proposte  Sail&Diving !

Grazie a tutti gli AMICI con i quali quest’ anno ho condiviso momenti felici sognando insieme sotto le stelle cullati dal mare o sospinti dal vento.

Grazie per tutti gli occhi e le mani tese che ho incontrato in quest’anno fitto di avventure, speranze e difficoltà, per gli sguardi i pensieri le parole.

A tutti voi i migliori auguri di un felice Natale e di uno splendido Nuovo Anno. Che lo spirito del Natale ci colmi tutti di gioia e di speranza.

BUON NATALE

Alex


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